Rifugiati, profughi e pescatori. I siriani e i palestinesi in Libano

“Qui a Bebnine puoi osservare tutto quanto”, mi dice, quasi con orgoglio, il mukhtar del porto di Aabdeh dopo il tragico evento della piccola e fatiscente imbarcazione, carica di profughi palestinesi e siriani, diretta a Cipro e ribaltatasi a poca distanza dalla costa. L’unica vittima è stata un bambino siriano-palestinese di appena cinque anni.
Era da diverso tempo che, dalle spiagge della zona, non salpava la barca di un trafficante. Diversi quotidiani hanno letto l’evento come il chiaro sintomo di una situazione che si sta progressivamente avvicinando al culmine di drammaticità. I milioni di rifugiati palestinesi e di esuli siriani stanno raggiungendo l’esasperazione e la loro esistenza in Libano si fa sempre più intollerabile.

Una difficile integrazione

In Libano, infatti, i rifugiati palestinesi delle prime generazioni così come i loro discendenti sono esclusi dalla cittadinanza e contro di loro e contro i profughi siriani si innalza una serie di ostacoli sulla via dell’integrazione, scolastica e lavorativa. E, ancora una volta, il mukhtar ha ragione perché a Bebnine si possono osservare molti esempi di una simile esclusione.

Rifugiati profughi e pescatori

Da un lato, infatti, diverse scuole della zona organizzano classi pomeridiane composte esclusivamente da bambini siriani: “È inevitabile – dice una maestra – sono troppi”. Dall’altro lato, i loro padri hanno difficoltà a trovare un lavoro, essendo esclusi da tutta una serie di professioni. Fra queste non vi sono però solo quelle più alte come potrebbe essere quella del medico, dell’architetto o dell’ingegnere, un divieto che ha comunque costretto molti professionisti siriani a reinventarsi.

Rifugiati profughi e pescatori

Profughi e pescatori siriani

Ma i palestinesi e i siriani del Libano sono persino esclusi dalla professione di pescatore. Così, un pescatore originario della città siriana di Tartus (Tortosa), oggi non ha più il diritto di possedere una barca e di uscire per mare. Con nostalgia ricorda la vita facile e tranquilla della sua città prima della guerra e il pescoso mare attorno all’isola di Arwad (Arados).

La sua situazione è tuttavia alquanto comune nella zona, ed è anche per questo che associazioni e ONG internazionali hanno avviato programmi di professionalizzazione per le donne. Fra questi vi sono i progetti che riguardano l’apprendimento delle tecniche di produzione delle reti da pesca, ai quali partecipano anche molte donne siriane.

partecipante al corso

Una di loro mi confida il suo desiderio di fare ritorno, un giorno, quando la guerra sarà finita, a casa sua: “La Siria prima di tutto – afferma – ma anche l’Europa non va male, se avessi l’occasione”.  L’Europa, infatti, si sta sempre più imponendo come meta prediletta, come sogno, come Eldorado, non solo agli occhi dei siriani ma anche dei palestinesi dei campi profughi di tutto il Libano.

Il settlement di Jal Al-Bahr

I rifugiati e pescatori palestinesi di Jal al Bahr

È il caso, per esempio, degli abitanti del campo non riconosciuto di Jal al Bahr, che sorge lungo un tratto di costa a Tiro. Si tratta di un insediamento la cui storia risale ai primi anni successivi alla Nakba del 1948, ma oggi la sua popolazione è costituita quasi interamente da persone nate in Libano, che la Palestina non l’hanno mai vista e con la quale non hanno alcun legame.

I primi palestinesi insediatisi a Jal al Bahr erano convinti di far presto rientro nella loro terra: “Perché compri il televisore? Tanto fra non molto torniamo”. Ma i più giovani iniziano ad aspirare a un viaggio diretto verso un’altra meta, l’Europa e, soprattutto, la Germania. Sognano infatti di poter godere di un’educazione e di una sanità gratuita e di poter svolgere la loro professione liberamente. Anche per loro, infatti, lavorare in Libano è tutt’altro che semplice.

Jal al Bahr, in particolare, costituisce una caso interessante perché al suo interno vi è un’alta percentuale di persone che si dedicano alla pesca ma la maggior parte di questi pescatori svolgono l’attività in forma illegale. Ai palestinesi, infatti, non è consentito avere una barca, che deve essere intestata al 51% a un cittadino libanese. I pescatori di Jal al Bahr, dunque, sono obbligati a lavorare in collaborazione con un pescatore libanese, mentre qualcun altro acquista un’imbarcazione grazie a un prestanome.

pescatori palestinesi di Tiro

Palestinesi e siriani in Libano e il sogno di essere altrove

Tutti questi ostacoli sulla via dell’integrazione si sommano al sentimento di non essere accolti e accettati dalla popolazione libanese, che sta attraversando una profonda crisi economica, politica e sociale. Questa situazione influisce sicuramente sul desiderio per siriani e libanesi di partire, di essere altrove. La vera questione è, però, dove si trova questo altrove.

pescatore palestinese a Jal Al-Bahr
pescatore al porto di aabdeh

Se per i siriani il ricordo e il desiderio della loro terra è ancora forte, sembrerebbe che molti palestinesi siano ormai più attratti dall’Europa di cui molto sentono parlare e che conoscono tramite famigliari, amici e conoscenti che ce l’hanno fatta.

Simili riflessioni sono state pubblicate sul sito di Nena News, dove potrete trovare un articolo più approfondito.

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