La crisi della pesca in Libano. Il futuro incerto della professione, fra dinamiche sociali e famigliari in mutamento

Che si parli con uomini o con donne, legati più o meno direttamente al mondo del mare e della pesca, si avrà la stessa amara previsione: quella del pescatore è una professione che non ha più futuro. L’impressione è quella che il mestiere stia vivendo una crisi senza precedenti. Ricorrenti sono anche le cause individuate ed elencate da tutte le persone con cui si è parlato, pescatori essi stessi, mogli, figlie o sorelle di pescatori.

Un pescatore e sua sorella
inquinamento

Innanzitutto, il mare libanese è sempre più inquinato perché a Beirut – dice qualcuno – “ci scaricano dentro di tutto”. Le alghe stanno morendo e quando le alghe muoiono, si chiede un giovane pescatore di Tiro, com’è possibile che sopravviva il pesce? Il mare è così inquinato che “se ci butti dentro un pesce sano – spiega un altro pescatore – muore in un attimo”.

E così il pesce diminuisce sempre più, molte specie stanno morendo e sono dunque destinate a scomparire dalle acque libanesi. Secondo N., appartenente a una delle più antiche famiglie di pescatori di Tiro, quasi l’80% delle specie ittiche non esiste più. Un tempo, dice, il fondale era pieno di spugne di mare ma oggi non se ne trovano più. Un appassionato di immersioni di Byblos rimase sconcertato quando, tornato da un lungo periodo passato negli Stati Uniti, faceva fatica a trovare i ricci di mare un tempo tanto numerosi.

pesce all'asta

Un’altra causa di questo drammatico calo è da ricercarsi nelle pratiche di pesca illegali messe in atto da molti pescatori, per lo più non professionali. È negli anni della guerra civile che si è iniziato a utilizzare la dinamite, ma questa tecnica di pesca è ancora diffusa e, nonostante sia vietata, spiega N., “se si hanno amici e conoscenti che sono in politica, anche se si viene beccati non ti dicono niente”.

C’è poi la questione politica. Anche se nessuno fra i pescatori con cui si è parlato ha saputo spiegare nel dettaglio cosa significhi che “quando la politica entra nella pesca, rovina tutto”, tutti concordano invece nel dire che lo Stato e i suoi “politici corrotti” non aiutano in alcun modo la loro categoria. A Tiro, inoltre, a queste problematiche di politica interna si aggiungono quelle legate alla politica estera e ai rapporti con Israele. “Ci sono problemi fra le Israel Forces e il Lebanese Army – mi spiega A. – e Israele impedisce ai pescatori libanesi di entrare in un pezzo di mare vicino alla frontiera. Nonostante il mare sia libanese, Israele non vuole che nessuno peschi lì”. Si tratterebbe di un tratto di mare particolarmente pescoso e per questo alcuni pescatori talvolta si avventurano oltre questa frontiera illegittima e illegale tracciata dagli eserciti all’interno dello stesso mare territoriale libanese.

A. e la compagna

A. ha iniziato a pescare dopo aver conosciuto la sua attuale compagna, figlia e sorella di pescatori professionisti e anche lei pescatrice per passione. Di tanto in tanto A. va a pescare con i fratelli di lei, sulla loro barca, e anche a loro è capitato di superare questa frontiera, e allora “Israele ti spara addosso”, da lontano, solo per spaventare, mi viene detto. E tuttavia questa risposta violenta impedisce di fatto ai pescatori libanesi di svolgere la loro attività in questa zona e sono quindi costretti a ripiegare in quelle aree che hanno meno pesce da offrire.

Il pesce, dunque, è sempre più scarso, sia in termini di varietà di specie sia in termini assoluti. E allora, dice N., “prima una barca sfamava dieci case, oggi dieci barche non ne sfamano neanche una”. Così, parlando con alcuni pescatori di Tiro che hanno ereditato la barca e il savoir-faire da genitori e nonni, si scopre che questa illustre catena è destinata a interrompersi con l’attuale generazione di pescatori. I figli di molti di loro, infatti, si dedicano o si dedicheranno ad altre attività, hanno intrapreso o intraprenderanno altre carriere. E questo, talvolta, dietro consiglio e preghiera dei genitori stessi.

padre e figlia al porto

D., la “piccola” della famiglia, ricorda quando da bambina andava sulla barca del padre insieme ai fratelli e alla sorella maggiore. Questi hanno passato molto più tempo di lei in mare e hanno imparato ben presto a nuotare e ad andare sott’acqua e si divertivano ad osservare il loro padre al lavoro. Poi è toccato ai figli di sua sorella andare insieme al nonno, osservare i suoi movimenti, i gesti, vederlo pescare e risistemare le reti per poi andare a raccontare le loro avventure ad amichetti e compagni.

Crisi della pesca e di un modello famigliare e sociale

Tuttavia, né i figli né i nipoti seguiranno le orme del padre di D.: “Mio papà e mia mamma pensano al nostro futuro – spiega D. – e quindi ci hanno detto “dovete imparare come vivere una bella vita e come realizzarvi, non nel mare” […]. Quindi mio padre ha detto ai miei fratelli di non lavorare in mare. È faticoso e non è più vantaggioso […]. [Con la pesca] non si può vivere bene. Non si cresce, non puoi fare della pesca la tua professione. Devi imparare a vivere e a guadagnare”. Si tratta, secondo D., di una situazione alquanto diffusa fra le famiglie di pescatori. In passato era abbastanza naturale che i figli di pescatori si dedicassero alla pesca, ereditando la barca dei genitori. Oggi, invece, proprio a causa della crisi della pesca, i figli sono spinti dal padre a studiare o a intraprendere altre professioni, dedicandosi ad altre attività commerciali, come nel caso del fratello di D., che lavora in un negozio di gioielli nel suq, oppure arruolandosi nell’esercito.

Sì, era il quartiere dei pescatori questo – mi conferma un’anziana signora che vive in uno dei più begli angoli dell’Hara al-masihi, il quartiere cristiano – ma ora è un quartiere di soldati”. Molti di quei giovani un tempo sarebbero stati pescatori, come i loro padri e i loro nonni. Oggi, invece, lavorano nell’esercito. Secondo qualcuno, inoltre, sono soprattutto i giovani cristiani ad arruolarsi in questo frangente, perché pare che l’esercito stia reclutando soldati di questa religione affinché il numero di soldati cristiani e musulmani, sciiti e sunniti, sia ben bilanciato.

quartiere dei pescatori
porto di bebnine

Quello della progressiva e apparentemente inarrestabile militarizzazione dell’ultima generazione sembra essere un dato certo, confermato da interlocutori anche in altre località. Del resto, come mi è stato detto da un anziano di Byblos, “la prima cosa che hanno visto questi ragazzi appena hanno aperto gli occhi è stata la guerra”.

Quella guerra, le cui conseguenze economiche, sociali e materiali sono visibili ancora oggi, ha segnato anche l’esperienza individuale di molti pescatori e delle loro famiglie. Quella stessa anziana signora dello storico quartiere dei pescatori di Tiro ricorda quando la sua famiglia si è divisa per la prima volta e irrimediabilmente. Con la guerra, infatti, suo padre ha deciso di partire, di lasciare Tiro perché per lui era diventato impossibile lavorare. E così se ne è andato a Beirut, insieme all’altra figlia, che all’epoca non lavorava: “Ci siamo divisi, chi stava lavorando è rimasto qui, gli altri sono andati a Beirut”. Lei, che era maestra, è rimasta a Tiro, e ha continuato a vivere nel quartiere e nella casa nella quale ancora oggi abita.

Il punto di vista delle donne

“Mia sorella – mi racconta – aveva imparato anche a lavorare le reti”. Lei no, perché a lei il mare non piace e non le è mai piaciuto. Lo odiava, mi confessa. E così non ha mai amato andare in barca con suo papà quando era piccola, per quelle gite in barca con la famiglia di cui tanti altri mi hanno parlato: “Mi sarà capitato due volte in tutto”. Dalle sue parole e dal suo tono sembra che non si tratti solo di paura o di mal di mare. Figlia atipica di un pescatore? Forse, ma D. sembra capirla, almeno in parte: “Mia mamma odia il mare e molte delle donne odiano il mare e la pesca […] a causa del lavoro […]. È troppo duro e le condizioni… i loro mariti lavorano di notte, ci sono le tempeste eccetera”.

Essere mogli di pescatori, mi spiega D., significa vivere una vita particolare e dura, quasi come quella del marito: “Si tratta delle responsabilità che ricadono sulla donna più che sull’uomo. Si tratta di prendere dei rischi e capire le difficili condizioni dei loro mariti, che tornano a casa a dormire a mezzogiorno. Quindi la scuola e crescere i figli [spetta alla donna]. Per qualsiasi professione [del marito] la responsabilità ricade sulla donna, ma per le mogli dei pescatori la responsabilità è molto più grande. La maggior parte delle responsabilità è della donna”. Secondo D., non si tratterebbe tanto – o, comunque, non solo – del fatto di non avere aiuto in casa, quanto di un “fattore psicologico”: “devono comprendere le condizioni dei loro mariti”.

donna nella sua casa a saida

Z. è un’altra figlia di pescatore. Sua madre, a differenza, apparentemente, della maggioranza delle mogli di pescatore della zona di Tiro, ha imparato dal marito, semplicemente osservandolo, a sistemare le reti. Svolgeva questo lavoro a casa, mai al porto. Z. racconta che nel suo villaggio i pescatori sono tanti, ma molti di loro sono pescatori senza barca, che lavorano come aiutanti dei privilegiati proprietari delle poche barche ormeggiate al porto. Così anche i suoi fratelli pescano e vendono il pesce, ma la pesca non è la principale attività di nessuno di loro. Anche lei conferma che la pesca non è più una grande fonte di guadagno, le entrate sono basse e insufficienti per supportare finanziariamente una famiglia.
Ecco perché, confessa, i suoi genitori sarebbero contrari se lei decidesse di sposare un pescatore. E questo nonostante suo padre sia sempre stato innamorato del mare e della pesca e abbia saputo trasmettere ai suoi figli e alla stessa Z. l’amore per questo ambiente. Uno dei suoi fratelli, per esempio, lavora in un comitato che si occupa di mantenere pulite le spiagge e le acque del mare e di proteggerne la flora e la fauna, in particolare le tartarughe marine. Con il suo aiuto, Z. sta trasmettendo anche ai suoi figli la passione del padre.

spazio di diversione

Il mare, dunque, per le giovani donne e bambine, ma anche per molti giovani uomini e bambini, sembrerebbe essere sempre più uno spazio di diversione e un elemento a cui ci si sente legati da un sentimento di amore o di affetto che però non si traduce quasi mai in un vero e proprio impegno professionale, per lo meno di tipo classico.

La crisi della pesca in Libano, infatti, ha consentito una più intensa attività turistica. Se i battelli turistici affollano tutti i porti, i pescherecci chiaramente non più in attività o abbandonati si distinguono chiaramente. Sembrerebbe quasi che i porti siano la più evidente espressione di un profondo cambiamento in corso a livello economico e della struttura sociale. Si potrebbe affermare, infatti, che partendo dai porti si possa andare alla ricerca delle tracce di una professione e di un modello famigliare con un passato illustre ma con un futuro sempre più incerto.

pescatore

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