Il porto di Sidone. Professioni inesistenti e professioni inventate

Indissociabile da Tiro, sua gemella e rivale, è Sidone – Saida, che in arabo moderno significa “pesca” –, storica e leggendaria città di genti di mare. Lo stesso nome della città ci suggerisce questa sua intima propensione alla navigazione e, soprattutto, alla pesca. Il porto di Sidone riunisce oggi in uno spazio relativamente ristretto tutte quelle attività economiche che fanno di questa città uno dei principali centri commerciali e finanziari del Paese.

Sidone
Il cantiere, le navi da cargo e i container

Il cantiere, le navi da cargo e i container sembrano imporsi con prepotenza sulle altre navi attraccate al molo opposto. Tuttavia, le imbarcazioni turistiche e le ancor più piccole navi dei pescatori non smettono di sciogliere gli ormeggi, partire al largo e rientrare con il pescato. E così il porto è sempre in movimento e mai silenzioso. Operai, operatori turistici, pescatori e venditori di pesce affollano questo spazio pressoché durante l’intera giornata.

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Anche a Saida il porto si conferma spazio esclusivamente maschile, l’unica presenza femminile essendo rappresentata dalle donne, ragazze e bambine che si imbarcano su uno dei battelli turistici che portano intere famiglie a fare il bagno e a godersi il sole in una piccola isola rocciosa non molto distante dalla costa. Ma le donne sono assenti anche al mercato del pesce del porto e negli altri negozi sul lungomare o all'interno del suq, il centro storico e commerciale della città.

Saida
Centro di Saida

Una professione inesistente

Dichiarato patrimonio dell’umanità dall'Unesco nel 1996, il centro di Saida si caratterizza per le sue innumerevoli e intricate viuzze, molte delle quali coperte da volte a sesto acuto ogniqualvolta si insinuino sotto un edificio. All'interno di questo dedalo si distinguono aree specializzate in particolari settori artigianali e commerciali: falegnamerie, oreficerie, calzolerie e sartorie, ma anche negozi di souvenir e, infine, negozi alimentari.
Fra questi ultimi vi sono naturalmente, di fianco a macellerie e a negozi di frutta e verdura, e senza soluzione di continuità, anche i banchi del pesce. Come già accennato, anche qui si rivela impossibile registrare una qualsiasi presenza femminile, se non, forse, fra la clientela.

Pescatrici per passione

Quella della “pescatrice”, dunque, sembra essere una professione che non esiste. Non solo, ma sembra che nessuna donna sia impiegata professionalmente neppure nella pulizia e nella vendita del pesce. Tutt'al più, mi viene detto, qualche donna può lavorare nei ristoranti, ma anche qui, secondo altri, le donne in cucina si occuperebbero piuttosto della preparazione di insalate e di altri piatti diversi da quelli di pesce.

In una delle viuzze che si dipartono dal lungomare vi è poi un piccolo negozio di articoli di pesca, stracolmo di strumenti e oggettistica di vario tipo. Il proprietario del negozio si occupa sia della pesca professionale sia di quella sportiva e, potremmo definirla, di piacere. Così, oltre alle reti per i pescatori, questi vende anche canne da pesca, fisse – cioè prive di mulinello – e telescopiche – provviste di anelli e mulinello.

Piccolo negozio di articoli di pesca
Donna che pesca con il marito

Alla domanda se la sua clientela sia composta esclusivamente da uomini o anche da donne, il negoziante risponde che sì, può capitare, ma raramente, e solo per la pesca “di piacere”: per le donne, infatti, la pesca non può essere altro che “hiwuaya”, un hobby. Non c’è dubbio che persino in questo caso gli uomini siano decisamente più numerosi delle donne. Tuttavia, a Tiro come a Saida è vero anche che non è impossibile trovare donne che, molinet o canna fissa alla mano, trascorrano le migliori ore della loro giornata pescando o accompagnando i loro mariti e genitori sugli scogli e guardandoli pescare.

È dunque ai margini del porto e soprattutto là dove la costa si fa rocciosa che sarebbe meglio cercare una seppur esigua presenza di donne, a conferma ulteriore della “non-professionalizzazione” della pesca per quanto riguarda il genere femminile e del dominio maschile dello spazio portuale.

Il porto di Sidone come specchio della società

Ciononostante, il porto di Saida merita di essere indagato per una ragione che, pur non potendo essere fatta rientrare direttamente all'interno della tematica “donne di mare”, apre interessanti, importanti e drammatiche vie di riflessione che riguardano, più in generale, la struttura e le dinamiche sociali e famigliari.

All'estremità del molo può capitare, infatti, di incontrare un anziano signore in djellaba seduto su una sedia di plastica, all'ombra di un telo che fa da gazebo. E può capitare anche di incontrare un gruppetto di bambini con lenze e canne da pesca, alcune vere e proprie, altre improvvisate a partire da rami e pezzi di legno.

Porto di Saida

I palestinesi di Sidone

Lui è di origini palestinesi, nato in Libano da genitori che hanno dovuto lasciare il loro villaggio a pochi chilometri dalla frontiera nel 1948. Dopo aver passato la sua infanzia in un campo profughi, oggi vive a Naameh, un villaggio a nord di Saida, subito dopo la cittadina di Damour, che ospita invece l’antitesi di un campo profughi. Si tratta di un “villaggio speciale” – come lui stesso lo definisce –, una zona privata e securizzata per “gente ricca e importante”, come ambasciatori e uomini d’affari, “soprattutto del Golfo”. Lui, invece, abita al piano terra di un condominio di Nameeh: “abbiamo pensato alla vecchiaia” e così lui e la moglie hanno deciso di vivere in questo appartamento e di affittare quell'altro, al terzo piano, a una famiglia di rifugiati siriani, fuggiti alla guerra che sta distruggendo il loro Paese.

Bandiera palestinese e negozio di souvenir

Lui, invece, in Palestina non ci è mai andato e non potrà mai andarci perché sul suo passaporto libanese per rifugiati palestinesi non ci sono quei “numeri magici” che consentono a quei pochi che li hanno, “persone che hanno conoscenze fra i politici di Ramallah”, di superare il confine. La Palestina l’ha vissuta e la vive qui, in Libano. E in effetti nel cuore del centro storico di Saida, percorrendo le sue intricate vie, può sembrare di esserci davvero: non solo bandiere palestinesi sventolano alle finestre o per le strade del suq, ma i negozi di souvenir vendono anche calamite, T-shirt e altri oggetti con l’inconfondibile profilo di quella terra.

Eppure, questo anziano signore ama parlare della sua Palestina, di quella, cioè, che gli ha narrato suo padre, e ama descriverne le città e i villaggi come se li avesse visti con i suoi stessi occhi. Mi incita a parlare del mio viaggio in Palestina, di Gerico e dei suoi datteri, di Hebron e della sua divisione in verticale fra israeliani e palestinesi, di Betlemme e delle sue chiese, di Gerusalemme e della moschea Al-Aqsa. “Cosa hai pensato quando sei stata a Gerusalemme? Cosa hai sentito?”, mi chiede, invitando la moglie e la figlia a stare zitte e ad ascoltarmi e quasi commuovendosi quando gli rispondo che Gerusalemme è una città speciale, unica.

Gli amici del porto di Sidone

Alla fine del pranzo a cui mi ha invitato a prendere parte insieme alla sua famiglia, il nipote entra in salotto con due grandi piatti di portata sui quali ha ordinatamente disposto i pesci che ha pescato durante la mattinata: “Sono un pescatore”. Ecco perché questo anziano signore trascorre talvolta alcune ore al porto, per accompagnare il nipote a giocare a fare il pescatore con alcuni “amici di porto”. Fra questi c’è anche il figlio di un pescatore professionista che, così come altri, concedono ai giovanissimi apprendisti spazi e alcuni attrezzi, “basta che poi rimettano tutto dove l’hanno trovato”, mi spiega l’anziano.

Giovani ragazzi al porto
Il porto di Saida è una sorta di scuola di pesca

Ma oltre a questo piccolo pescatore libanese, vi è anche un altro giovanissimo rifugiato palestinese e un altrettanto giovanissimo rifugiato siriano. Accomunati dalla loro condizione di marginalità e precarietà, questi bambini condividono anche una passione per il mare e la pesca che è nata e si alimenta proprio nel porto della città nella quale si sono trovati a vivere. “Meglio qui al porto che da altre parti a fare chissà cosa”, commenta l’anziano palestinese. Per questi bambini, sembra suggerire, il porto di Sidone è una sorta di scuola di pesca – in virtù dei consigli che alcuni pescatori professionisti di tanto in tanto danno loro – e di vita.

Questi aspiranti pescatori vivono proprio all’interno del suq, che è infatti pieno di bambini che corrono, soli o in gruppo, per le sue strade. È qui che vivono con i loro papà e le loro mamme. Alcune di queste cercano di guadagnare qualche soldo leggendo la mano dei clienti e predicendo loro il futuro, altre sono sostenute dalla Fondazione Hariri e da un gruppo di volontarie libanesi che fornisce loro tessuti e strumenti, nonché, se necessario, il loro savoir-faire, e che ha aperto un piccolo negozio di vestiti e scialli, tovaglie e tovaglioli, centrini e portacandele realizzati a mano da “vedove, donne sole con bambini e donne in difficoltà economica”, mi viene spiegato da una di queste volontarie.
Mestiere tradizionalmente femminile in questo caso; talvolta però, e altrove, rifugiate siriane e, in generale, “donne che vengono da fuori”, si avvicinano persino a quel settore prettamente maschile della pulizia e della vendita del pesce.

Ma a Saida, per quanto osservato finora, non è ancora così. Qui sono i bambini che iniziano a frequentare questo mondo, anche se non possiamo ipotizzare quali siano le loro intenzioni e prospettive per il futuro. E forse non è neppure importante saperlo. Per il momento, infatti, ciò che conta è che il porto di Sidone offra loro, come l’anziano profugo palestinese osserva, uno spazio per trascorrere il tempo “a fare i pescatori” e, dunque, a giocare come bambini.

Bambini al porto che giocano

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