Tiro, città di pesca e di fede

Introduzione

Tiro, oggi principale città del Libano meridionale, deve il suo nome alla piccola isola rocciosa sulla quale era sorta. In effetti, in origine la città di Tiro si estendeva prevalentemente su un’isola e fu solo durante i sette mesi di assedio di Alessandro Magno, nel 332 a.C., che questa fu connessa alla terra attraverso la costruzione di un istmo artificiale, straordinaria opera ingegneristica e militare del condottiero macedone. Da quel momento e per il resto della sua millenaria storia, Tiro è diventata una penisola. Il suo centro storico, infatti, è bagnato su tre lati dal mare.

 

Tiro è però anche un’importante città della cristianità. Gesù visitò la zona di Sidone e di Tiro, ed è qui che ha luogo l’episodio della miracolosa guarigione della bambina “posseduta da uno spirito immondo”, figlia di una donna cananea o siro-fenicia e, dunque, pagana. (Marco 7, 24-30). La città è inoltre citata negli Atti degli Apostoli in quanto San Paolo vi transitò nel 58 d.C. durante uno dei suoi viaggi e in questa occasione il santo attraversò il quartiere, da parte a parte, da sponda a sponda, per raggiungere via mare la città santa di Gerusalemme.

Chiesa di San Tommaso
Madonna delle Lacrime
edicola

Tiro, città di fede: il porto come spazio di religiosità

Il quartiere marittimo è dunque stato per secoli il quartiere cristiano. Oggi esso ospita alcune chiese, fra le quali quella maronita, legata al culto della Madonna delle lacrime, e la cattedrale di San Tommaso Apostolo, di rito cattolico greco-melchita.

Tuttavia, oggi il quartiere, soprattutto in alcune aree, è abitato dalla popolazione musulmana, essendo così caratterizzato dalla presenza di moschee e di altri segni e simboli islamici. Fra questi vi sono indubbiamente le bandiere, i manifesti e le pitture in onore di al-Husayn, nipote di Maometto, ucciso a Kerbala, nel sud dell’odierno Iraq, nel 680 d.C. Le sue immagini e le frasi di lode alla “famiglia di al-Husayn” testimoniano anche la predominanza di sciiti all’interno della popolazione musulmana di Tiro. Ma anche il sunnismo è ben rappresentato, in virtù dell’origine palestinese di molti degli attuali abitanti della città.

Moschea nell'Hara
Bandiere Islam
Pace su Hussain e la sua famiglia
Signora del mare fra pescherecci

Il porto stesso presenta segni ben visibili dell’intensa religiosità che pervade la città e, in maniera particolare, quest’area marittima. All’estremità del molo che si insinua attraverso gli innumerevoli pescherecci – alcuni dei quali ancora utilizzati, mentre altri non sono più che simboli di un passato, come si vedrà, ben più ricco e fiorente –, sorge una grande statua della Vergine Maria, dai pescatori chiamata Saida al-bahr, la Signora del Mare.

Esplora il porto di Tiro nella galleria fotografica

Inaugurata nel 2016 in presenza dei rappresentanti delle varie fedi religiose che vivono la città e il suo porto, secondo alcune testimonianze l’odierna statua ha preso il posto di una più piccola icona posta a protezione dei pescatori fin dagli anni Sessanta.

Ancora oggi, dunque, i pescatori sarebbero molto legati al culto della loro Signora del mare, figura cara sia ai cristiani sia ai musulmani, in quanto madre di Gesù, uno dei profeti maggiori secondo la religione islamica.

Il porto come spazio di lavoro e di socialità

Protette dallo sguardo e dall’abbraccio della Signora del mare, i pescatori partono e rientrano al porto sulle loro barche, sulle quali ogni giorno trascorrono ore e ore a sistemare e ricucire le loro reti. Come è facile immaginare, così come a Sète, il porto è spazio pressoché esclusivamente maschile, soprattutto se non si guarda che alle barche, al molo e a quei negozi di pesce che si affacciano sulla strada e sulla piazza antistante al porto. In quanto spazio di lavoro, dunque, il porto è segnato dal dominio maschile. Anche ai tavoli dei diversi bar che danno sul porto gli uomini sono decisamente più numerosi. Alcuni di loro sono gli stessi pescatori che interrompono per qualche momento le loro attività per gustarsi un caffè in compagnia, fumare il narghilè o giocare a carte; altri continuano invece anche qui a sistemare le loro reti.

signora del mare
pescatori protetti dalla vergine
Reti e pescatori

Ma sedute ai tavoli di queste caffetterie ci sono anche delle donne. Si tratterebbe secondo alcuni di un fenomeno piuttosto recente e c’è chi, fra coloro che da tempo sono assidui frequentatori del porto, si stupisce della loro presenza e, soprattutto in questo periodo estivo, del loro numero. Secondo alcuni, infatti, si tratterebbe soprattutto di stranieri o di gente di Beirut. Tuttavia, fra queste ci sono anche mogli e figlie di pescatori che vi si recano per incontrare il padre o il marito e gli amici di questi, solo per scambiare due parole o per passare del tempo insieme. Se è dunque vero che oggi le donne non sembrano dedicarsi a nessuna delle attività lavorative che si svolgono al porto, questo viene da esse frequentato in quanto spazio di socialità.

In passato ci sono state sorelle o mogli di pescatori che aiutavano i loro fratelli e mariti al porto di Tiro, seppur in numero esiguo e costituendo delle assolute eccezioni alla norma che le vedeva perlopiù in casa. Oggi rimangono però un ricordo, un aneddoto quasi, visti i termini con cui vengono rievocate. Per incontrare delle donne al lavoro nel porto, mi viene detto da più persone, bisogna andare a Tripoli, nel nord, o forse a Sidone, a una quarantina di chilometri da Tiro.

donna che pesca in lontananza
pescatore con la moglie

Qui, dunque, quelle che sono state finora definite “donne del mare” sembrano oggi essere personificate per lo più da frequentatrici estemporanee dell’area portuale e si possono riconoscere in quelle mogli, sorelle e figlie che si sentono legate a questi spazi, quasi si trattasse di un’eredità sociale ed emozionale. Come si vedrà, infatti, nei loro ricordi, l’immagine del mare è ben vivida e talvolta occupa uno spazio immenso.

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