Il lavoro di essere figlie e madri. Le donne dell’Etang – III

Tutte le donne incontrate durante la ricerca e che abbiamo finora definito “venditrici”, “pescatrici”, “conchylicultrices”, “chefs d’exploitation”, “conjointes collaboratrices”, sono anche e, forse, prima di tutto, madri. Madri da alcuni mesi o da pochi anni, madri le cui figlie e i cui figli dovranno presto passare il bac, studiano al liceo o all’università, madri le cui figlie e i cui figli hanno preso altre strade e vivono lontano, madri che stanno insegnando il mestiere alle loro figlie e ai loro figli o che già lavorano con loro.

Le fotografie dei figli e dei nipoti al banco del pesce

Le fotografie dei figli e dei nipoti al banco del pesce

Come si è visto, le storie di queste madri sono diversissime l’una dall’altra, ma pressoché in ogni intervista si è parlato di loro, dei figli - bambine e bambini, ragazze e ragazzi o già giovani donne e uomini –, dei loro studi, del loro lavoro e delle loro passioni. Che abbiano seguito le orme dei genitori o che, al contrario, lavorino come estetiste a Nizza, come ingegneri in Canada o che abbiano aperto una stamperia a Parigi e siano appassionati di shooting, i figli sono sempre nei pensieri e nelle parole di queste madri. Spesso sono anche nei loro posti di lavoro: lavorano con loro o passano a trovarle; in altri casi, sono delle loro fotografie o dei loro disegni a renderli “presenti”.

In quanto lavoratrici e imprenditrici, ma anche in quanto donne che nutrono una profonda passione per l’ambiente dell’Etang e i suoi mestieri, molte di loro hanno provato e stanno provando a trasmettere questa passione ai figli e a insegnare loro il mestiere. Saranno poi questi a decidere cosa fare della loro vita e le madri non vogliono che le loro figlie e i loro figli si sentano costretti a seguire il loro stesso percorso. Tuttavia, com’è naturale, sono in molte a riconoscere la bellezza e l’importanza del lavorare “in famiglia”.

Claudia e la sua impresa famigliare

Claudia e la sua impresa famigliare

E tutte loro, infine, ricordano l’importanza del lavoro in sé e sottolineano il fatto che le loro figlie e i loro figli sono “buoni lavoratori”, si impegnano in ciò che fanno, qualsiasi cosa sia, o le aiutino, spontaneamente o comunque senza mai tirarsi indietro. Sembra, anzi, che sia proprio questo l’insegnamento più importante agli occhi di queste madri conchylicultrices e pêcheuses e che questa sia il loro lascito ai figli e, al contempo, il simbolo del loro essere state “buone madri”.

Figlie e nipoti
Prima di approfondire il discorso dell’essere madri anche sul posto di lavoro e del rapporto con i propri figli, facciamo un passo indietro e consideriamo queste donne nel loro ruolo di figlie e di nipoti prima ancora che di madri. Nel proseguo dell'articolo, infatti, si rifletterà anche sulle “catene di apprendimento” del mestiere a partire da spunti che alcune delle interviste hanno fornito e che sarebbe interessante approfondire nei prossimi mesi di ricerca. Un aspetto rilevante riguarda infatti la seguente questione: attraverso quale membro della famiglia è passato l’insegnamento? Una simile domanda ci impone dunque innanzitutto di interrogarci su chi ha insegnato a queste madri il mestiere. Ciò significa considerarle, prima ancora che madri, come figlie e come nipoti.

Nicole, la mamma

Nicole, la mamma

In effetti, a eccezione di quelle donne che si sono approcciate al mondo del mare e dello stagno attraverso i loro mariti e che hanno dunque intrapreso un’attività professionale grazie e a causa loro, in tutti gli altri casi la trasmissione del savoir-faire, per quanto sia percepito come componente secondaria di questo tipo di lavoro, è avvenuta all’interno del nucleo famigliare. Resta ora da dettagliare meglio il senso di questa trasmissione.

Patricia, per esempio, la simpatica chef d’entreprise di un mas nella località denominata Mourre Blanc è legata alla nonna, con la quale vendeva, nel garage di casa, il pesce che suo padre e i suoi zii pescavano.

Si è già visto altrove, inoltre, che Karine, l’esuberante vendeuse delle Halles di Sète, la cui famiglia è legata al mondo della pesca da ben cinque generazioni, deve tutto a sua nonna: “Mi ha insegnato tutto, più che mia madre”. E tuttavia è con i genitori che Karine ha poi iniziato a lavorare e ancora oggi lei e la madre sono “colleghe”, il banco dell’una poco distante da quello dell’altra.

Karine, la figlia

Karine, la figlia

Altre volte, invece, sono i genitori ad aver insegnato alle figlie. Molte mie interlocutrici, infatti, hanno insistito sul fatto che fin da piccole avessero aiutato i genitori al mas o sulle tables d’exploitation e di aver così appreso il mestiere. Diventa complesso persino stabilire quando queste donne hanno finito di “aiutare” – e, perciò, di imparare – e quando hanno invece iniziato a “lavorare”.

Ascoltandole, verrebbe quasi da dire che non hanno mai semplicemente aiutato e che la loro presenza attiva al fianco dei genitori è sempre stata da loro stesse considerata immediatamente “lavoro”: secondo il loro punto di vista, dunque, operare una distinzione fra aiuto e lavoro semplicemente non avrebbe senso.

Nell’ottica, invece, dei genitori, questi due termini sembrerebbero potersi articolare in una maniera diversa. È quanto suggerisce il caso di Claudia, non “donna dei mas” ma “donna pescatrice”.
È sicuramente dai genitori che Claudia ha imparato il mestiere: dalla madre ha appreso tutto ciò che riguarda i lavori “a terra”, ma è soprattutto dal padre che ha imparato il lavoro della pesca. Anche lei, infatti, ha affiancato i genitori fin da piccola, ininterrottamente, fino a quando questi non sono andati in pensione e allora ha preso lei in mano l’attività.

Fotografia con il padre

Fotografia con il padre

È però interessante ricordare anche come il padre le ha trasmesso le conoscenze riguardanti il lavoro di pescatore: “Mio padre non mi insegnava niente.  Ho imparato da lui guardando”, mi dice Claudia, toccandosi l’occhio “Non aveva tempo”, dice, per fermarsi e spiegarle come si fanno le reti e come le si cala, per esempio, e quanto Claudia ha appreso, dunque, almeno in quella prima fase, l’ha appreso solo in virtù della sua presenza costante al fianco del padre e dell’attenzione che poneva ai suoi movimenti.

Tornando all’articolazione fra l’aiuto e il lavoro, quindi, si è portati a credere che qui sia esclusivamente il genitore a svolgere il lavoro, mentre il figlio – e, in questo caso particolare, la figlia – non stiano che aiutando il padre, imitandolo nei gesti.

La trasmissione delle conoscenze, però, può non terminare qui e non esaurirsi in questa modalità prettamente visiva e fisica. È quanto dimostra il caso di Claudia, la quale mi rivela che il padre, successivamente, le insegnerà il mestiere “spiegandole” una serie di cose che lei, con la sola osservazione, non aveva potuto imparare.
Suo padre, infatti, una volta in pensione e avendo così più tempo a disposizione, ha per un certo periodo affiancato Claudia, in una sorta di rovesciamento dei ruoli, per aiutarla a perfezionarsi nel suo lavoro. È solo allora, mi dice Claudia, che suo padre le ha veramente insegnato il mestiere, in forma, dunque, verbalizzata.

Gesti appresi dal padre

Madri
L’essere madri è una condizione che ha sempre una certa influenza sull’attività professionale e che condiziona le possibilità e disponibilità di lavoro della madre, soprattutto se si tratta, come in questo caso, di un lavoro particolarmente fisico. Inoltre, alcune delle donne intervistate hanno avuto la fortuna di avere i genitori e i suoceri che le hanno aiutate, altre, invece, se la sono dovute cavare da sole.
E non è facile: Claudia, per esempio, mi spiega che per sopravvivere, chi svolge questo lavoro deve farne in realtà tre o quattro – la pesca, la vendita, il turismo – e oltre a questo una donna deve fare la spesa, occuparsi della casa e allevare i figli, mentre i mariti, il più delle volte, non interrompono la loro professione.

I paniers, ricordi di maternità

I paniers, ricordi di maternità

Tuttavia, nelle testimonianze raccolte, si passa da un estremo all’altro: se, infatti, vi è chi sostiene che “noi donne siamo fatte per partorire” e che è perciò preferibile non assumere donne all’interno dei mas per impedire che queste debbano “sacrificare” la loro natura e il loro destino di diventare madri, vi è anche chi non rinuncia al lavoro nemmeno durante la gravidanza e il periodo di svezzamento. È ovviamente un tipo di lavoro diverso da quello abitualmente svolto al mas.
Patricia e Delphine, le due cognate, mogli di pescatori-mitilicoltori, ricordano, sembrerebbe con un misto di nostalgia e di autocommiserazione, di quando, tutte le sere, portavano a casa i paniers da riaggiustare, filo dopo filo, amo dopo amo: Il panier sulle ginocchia, il neonato nella culla al loro fianco.

Allo stesso tempo, però, pur riconoscendo che si tratti di un lavoro estremamente duro e di una vita a-normale, completamente “décalée”, sfasata dal punto di vista degli orari, Patricia trova alcuni aspetti positivi che questa professione può offrire a differenza di molte altre: fra questi vi è innanzitutto la possibilità di lavorare in famiglia e, dunque, di restare uniti e di rafforzare sempre più i legami – con il fratello e il marito che passano al mas e si fermano per un caffè e uno spuntino – e il poter essere sempre disponibili per i loro figli: “Se ci chiamano dalla scuola e ci chiedono di presentarci, possiamo mollare tutto e andare. E se i miei figli mi dicono che vorrebbero la macchina perché i loro cugini l’hanno avuta – mi dice, lanciando un’occhiata sarcastica verso Delphine – possiamo dire loro di sì. Non siamo ricchi, ma questo possiamo permettercelo”.

Parallelamente a quanto si è appena detto, in quanto madri, queste donne hanno avuto un ruolo nell’educazione dei figli e, in misura diversa, nella trasmissione delle conoscenze legate al lavoro.

Anche in questo caso riportiamo l’esperienza di Claudia, molto affezionata a suo figlio minore, attraverso un legame che sembra alimentarsi e irrobustirsi anche in virtù di quella che ora è una passione condivisa, quella dell’acqua e della pesca.
Claudia ricorda divertita di quando portava il figlio ancora molto piccolo, nel suo passeggino, sulla barca con la quale organizza le turistiche promenades sur l’étang: “Accendevo il motore della barca e si addormentava immediatamente. Poi facevamo tutta la promenade e io parlavo al microfono, e lui continuava a dormire come se niente fosse! Tornavamo al porto, attraccavamo e solo allora si svegliava”.

Madre e figlio insieme al mercato

Madre e figlio insieme al mercato

E ricorda, divertita, anche di quando il figlio veniva con lei sulla sua barca da pesca: “Allora aveva dei problemi alla vista e portava gli occhiali. Quando rientravamo al porto aveva le lenti tutte sporche di sale e delle scaglie dei pesci”. Anche lui, dunque, divertendosi e osservando, sta imparando il mestiere dalla madre.
Un mestiere che gli piacerebbe diventasse anche il suo. E in effetti, mi dice Claudia, il figlio le ha detto di volersi iscrivere al Lycée de la mer per diventare pescatore come lei. E Claudia ne è felice e orgogliosa: “È importante lavorare in famiglia”. Ma ne è contenta anche perché “almeno così lo posso aiutare”, dimostrando la sua volontà e il suo desiderio di accompagnarlo nel suo percorso di formazione e di professionalizzazione.

Madre e figlio vendono pesce al porto

Madre e figlio vendono pesce al porto

Conclusione
Come si è accennato nell’introduzione, sembrerebbe essere la capacità di trasmettere l’importanza del lavoro in sé  ai propri figli a fare dei genitori – e dunque anche, in certi casi, soprattutto, della madre – dei buoni genitori. Se, come ha detto Claudia, lavorare in famiglia è importante, alla base ci deve essere comunque la voglia di lavorare, di faticare e di impegnarsi in quello che si è scelto di fare, qualsiasi cosa sia.

Così, Delphine è fiera di suo figlio, che rientra al mas dove lei di tanto in tanto lavora dopo una mattinata passata sur l’eau con lo zio, con il quale sta svolgendo il periodo di stage richiesto dal Lycée de la mer. Ma è fiera della figlia anche Karine, la pescivendola delle Halles di Sète, che ribadisce più volte quanto sua figlia sia un’instancabile lavoratrice, pur in un campo, quello della cosmetica, così distante da quello della madre. Annie, la conchylicultrice engagée, dice altrettanto di suo figlio che, dopo aver frequentato una Grande Ecole, lavora a Parigi in una stamperia ed è appassionato di shooting.
E anche Maryse, moglie di pescatore e pescivendola al mercato di Mèze, dopo avermi mostrato le foto della sua famiglia al lavoro, mi racconta dei suoi due figli, un maschio e una femmina, che hanno sempre aiutato volentieri i genitori, lui sulla barca e lei à terre. Mette inoltre a confronto la loro intraprendenza e i “problemi” che invece stanno avendo con il nipote, che aiuta solo se glielo si chiede espressamente, che ancora non sa cosa vorrà fare in futuro e che non ha trovato neanche un “lavoretto” per l’estate.

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