Attivismo e impegno politico. Le donne dell’Etang – III

Sicuramente meno numerose dei loro colleghi uomini, nascoste all’interno dei loro mas, talvolta desiderose di dedicarsi, un giorno, a quelle “mansioni femminili” complementari al lavoro più fisico e dunque percepito come “lavoro da uomo”, queste lavoratrici possono essere ben visibili e farsi sentire chiaramente nell’arena politica, nonostante e in quanto donne.

Malgrado il clima individualistico e l’assenza di una rete attiva che unisca le donne che lavorano nel settore e che crei uno spazio di solidarietà e di scambio, c’è stata una causa per la quale le donne pescatrici e conchylicutrices del Mediterraneo e dell’Etang si sono unite, insieme alle loro colleghe che lavorano sull’Oceano. Si tratta di una battaglia congiunta che hanno condotto per quattro anni e che le ha portate a ottenere la creazione dello statuto di “conjointe collaboratrice”, che riconosce il lavoro di tutte coloro che in passato hanno sempre lavorato, nella maggior parte dei casi, di fianco ai loro mariti, al di fuori di qualsiasi inquadramento giuridico e, di conseguenza, senza percepire uno stipendio individualizzato, senza garanzie, senza contributi e perdendo ogni diritto alla pensione.

Questo momento particolare di impegno e di lotta condivisa si è configurato come un momento per molti versi straordinario, nel suo senso etimologico di extra-ordinario, di qualcosa che si discosta dalla routine e dalla norma: la creazione di una Associazione di donne, i contatti con “le colleghe dell’Oceano”, i viaggi a Parigi, in Italia, in Grecia e in Cina, la consapevolezza di essere le sole donne in Europa ad aver ottenuto questo riconoscimento e di rappresentare dunque, in qualche modo, un modello rispetto al quale le altre associazioni femminili di settore cercano di conformarsi, l’arricchimento sociale, umano e intellettuale che questa esperienza ha rappresentato per tutte loro.

Annie Castaldo

Annie Castaldo

In effetti, dalle parole di Annie Castaldo, una delle attiviste di questa lotta, capiamo quanto le conquiste ottenute si collochino non solo nella sfera del giuridico e del politico, ma anche in quella personale, sociale e umana. Ricordando le riunioni e le discussioni con le colleghe francesi, i viaggi e i dibattiti con i più alti rappresentanti politici, le conferenze alle quali hanno partecipato in Europa e nel mondo, l’incontro e il confronto con donne che praticano il loro stesso mestiere in altri Paesi e che hanno dimostrato di avere i loro stessi problemi e i loro stessi bisogni, Annie sembra quasi emozionarsi.

Per lei e, come possiamo immaginare, per molte altre, non si è trattato solo di “promuovere un mestiere da uomini fatto però da donne” e nemmeno esclusivamente di “far avanzare la mentalità”, ma anche di un’esperienza “enrechissante”, “arricchente” e gratificante, dunque, che ha condotto a una “ricchezza personale” e “du vecu”, letteralmente “del vissuto”, un’esperienza, dunque, i cui effetti hanno un’eco sull’intera vita della persona. Un’esperienza, infine, “indimenticabile” e, come si è detto, straordinaria.

Al termine di questa battaglia, l’associazione si è sciolta – “est en sommeil”, “dorme”, nelle parole di Annie Castaldo, e la vita lavorativa è ripresa con la sua routine. Specifichiamo però che parlando di routine non si vuole caratterizzare negativamente l’esperienza di vita e di lavoro di queste donne: la routine, infatti, sembra costituire per alcune proprio la ragione per la quale sono lì, al mas e sulle tables, e ciò che consente di vivere la loro passione per l’acqua, per l’Etang e per la vita all’aria aperta.

vita e lavoro all'aria aperta

Certamente nemmeno questa visione è da generalizzare e altrettanto sbagliato sarebbe considerare la routine alla base di questo tipo di mestiere esclusivamente in termini positivi. La raccomandazione vuole piuttosto essere quella di imparare a problematizzare i termini e a considerare le varie possibilità di significato che questi termini contemporaneamente veicolano e alle quali le parlanti possono pensare pur senza esplicitare e dettagliare.

Finita questa fase extra-ordinaria, è pur vero che molte di queste lavoratrici rimangono oggi ben consapevoli del loro statuto giuridico e, soprattutto, del percorso di lotta che c’è stato. Alcune di loro, inoltre, siano conjointes collaboratrices o chef d’exploitation, sono impegnate anche nell’ordinario in senso politico e sociale, prendendo parte alle riunioni organizzate da vari organismi e ricoprendo incarichi nei sindacati.

C’è Manon, per esempio, che ha rilevato l’attività dei genitori dopo aver studiato Legge e che per un certo periodo di tempo si è impegnata nel quadro del Syndicat National des Employeurs de la Conchyliculture (SNEC), del Syndicat de Mèze e dell’Organisation Professionnelle (OP) di Thau. “Al sindacato eravamo sedici o diciotto persone delle quali solo due donne. All’OP, invece – mi dice, con un briciolo di ironia nella voce, un sorriso amaro – in totale eravamo più o meno lo stesso numero di persone ma eravamo tre donne. È già un progresso”.
Manon ha abbandonato il suo impegno come rappresentante dei lavoratori e delle lavoratrici all’interno di questi organismi ufficiali, tuttavia sfrutta e mette a disposizione dei colleghi le sue conoscenze in materie giuridiche e la competenza acquisita durante la sua esperienza da sindacalista continuando a svolgere un “ruolo di consigliera”: “Se hanno bisogno di un consiglio, sanno che io sono qua e che posso aiutarli”.

Karine

Karine

Anche Karine, responsabile di una delle più grandi, sviluppate e diversificate aziende dell’Etang, si è impegnata in campo politico: per quattro anni è stata rappresentante in seno al sindacato della regione mediterranea, arrivando ad essere una delle due sole donne a presenziare alle riunioni di settore a livello nazionale – l’unica altra donna era “la Normande”.

Un caso esemplare, infine, che ci conduce fuori dai mas e che qui vogliamo solo ricordare ma che sarà ripreso nella sezione “Donne di mare, donne di laguna”, è quello di Claudia Azaïs Negri, unica donna pescatrice dell’Etang, che ha introdotto all’interno della sua routine quotidiana un’altra attività, quella di prud’homme, diventando così – per il terzo mandato consecutivo – la sola donna in Francia a ricoprire questo incarico.

Claudia Azaïs Negri

Claudia Azaïs Negri

La funzione delle prud’homies e dei prud’hommes è, originariamente, quella di svolgere il ruolo di “giudici del lavoro” non professionali. Ma in questa regione in particolare, i prud’hommes sono chiamati a organizzare e gestire lo sfruttamento della risorsa comune da parte dei lavoratori, pescatori e conchyliculteurs, della zona. Sulla laguna vi è una prud’homie majeure, con sede a Sète con il suo prud’homme majeur, che raggruppa le prud’homies minori di Frontignan, Bouzigues, Mèze e Marseillan.

claudia azais negri

Da parte sua, Claudia, pescatrice e prud’homme di Marseillan, ama molto una definizione alternativa che è stata proposta e che si sta affermando nel linguaggio comune: “Dicono che siamo un po’ le ‘sentinelle del mare’”, mi dice durante la nostra conversazione, perché, proprio in virtù di quella routine di cui si è detto e, quindi, della pratica di lavoro, della fiducia che hanno saputo guadagnarsi da parte dei colleghi e, soprattutto, della loro profonda conoscenza del mare e delle sue forme di vita, sanno cogliere i segnali e interpretare i messaggi dell’ambiente, comprendendone i bisogni, sono le persone più indicate per portare temi sensibili all’ordine del giorno, avanzare proposte e suggerire soluzioni.

Attive alcune, consapevoli tutte quante, c’è un dato sul quale tutte concordano: il profondo maschilismo che ha sempre caratterizzato l’ambiente nel quale lavorano. Tutte, infatti, parlano di una “mentalità mediterranea” e di un “machismo” che rende tutto ancora più complesso. Ma, ancora una volta, le donne sembrano avercela fatta, se non a eliminare questo radicato machismo, per lo meno a farlo “evolvere” e a legittimare la propria presenza e la propria voce.

Maschi vs femmine. L’evoluzione del machismo

“È un ambiente molto maschilista. Non è come prima, questo è vero. Prima gli uomini ci dicevano ‘fai questo, fai quest’altro’. Ora non è più così. Il machismo si è un po’ evoluto. Ma questo è un settore ancora molto maschilista”. Sono le parole di Patricia, nipote e figlia di nonni e padre pescatori e di nonne e madre che hanno sempre lavorato a terra, rammendando le reti, preparando i paniers e sostituendone gli ami, e vendendo il pesce nel garage di casa. Il machismo dunque, dal suo punto di vista, sembrerebbe essere uscito dal nucleo famigliare, liberando le donne che ne fanno parte dalla posizione subordinata in quella che viene presentata da alcune come la famiglia-tipo mediterranea alla quale si erano in passato dovute rassegnare.

Fuoriuscito dal nucleo famigliare, però, il machismo resterebbe saldo al suo posto all’interno dell’universo professionale, e si dimostrerebbe soprattutto in quegli spazi di impegno politico all’interno dei quali anche le loro colleghe, le donne lavoratrici, iniziano a farsi vedere e sentire.

“Sentono ma non ascoltano”: c’è una grande differenza fra l’uno e l’altro atteggiamento. È quanto fanno notare, con le stesse identiche parole, la conchylicultrice Annie e la pêcheuse Claudia. In questi spazi che, ancor più dei mas, sono stati caratterizzati per una presenza quasi esclusivamente maschile, infatti, le donne devono superare una forte diffidenza e una serie di pregiudizi da parte dei colleghi maschi, che sono sempre là “in tutto il loro splendore”, scherza Claudia. Timorosi di apparire deboli e di “passare per effeminati” – avanza Annie – non le prendono sul serio: le prendono per ragazzine – “pataches” –, per tipe strane – “rigolotes. Scherzano fra di loro, ironizzano e si prendono gioco delle colleghe: “Cosa fanno qua? Vadano a cucinare”, qualcuna dice di aver sentito dire.

Ma nonostante questo clima assolutamente machista, le donne hanno finito per legittimare la loro presenza e per farsi ascoltare, sviluppando tutta una serie di tecniche: “Alle riunioni dobbiamo essere più di una – spiega Annie – e non dobbiamo sederci l’una vicina all’altra ma sparse”. Ma soprattutto, bisogna essere forti, imporsi e “mettere le cose in chiaro” fin da subito. È quanto affermano tutte loro: Annie, Karine, Manon e Claudia.

E ancora una volta, seppur con ironia, il “carattere forte” viene affiancato a un “fisico forte”: “È difficile per noi donne farsi ascoltare – dice Claudia, riferendosi soprattutto alle prime riunioni alle quali presiedeva in qualità di prud’homme, al fianco quindi dei suoi colleghi rappresentanti degli altri villaggi dell’Etang – ma ce la facciamo, siamo forti. Siamo forti, grandi e grosse”, dice ridendo Claudia, mostrandomi le sue spalle larghe e le braccia forti.

 

Questo post è disponibile anche in: fr

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *