Passione vs imprenditorialità. Le donne dell’Etang – II

Un’altra delle parole ricorrenti nelle interviste, sia quelle con le venditrici delle Halles di Sète sia quelle con le “donne dei mas” dello stagno di Thau, è “passione”, presentata come prerequisito indispensabile per resistere all’ambiente naturale e a quello lavorativo. È una parola che è stata pronunciata sempre in maniera spontanea, un termine scelto indipendentemente e in piena libertà dalle mie interlocutrici, sia che si riferissero al lavoro di produzione al mas o sulle tables d’exploitation, sia che facessero riferimento invece all’attività di degustazione e ristorazione.

Al lavoro nel mas ereditato dai genitori

Al lavoro nel mas ereditato dai genitori

Certamente ci sono delle eccezioni e c’è chi, come Patricia e Delphine, riconoscono e accettano il fatto che il lavoro che svolgono al mas non è quello che avrebbero sognato e, anzi, entrambe hanno lavorato per diverso tempo “all’esterno”, utilizzando una loro espressione. E così, anche per ragioni economiche, sono tornate al mas, Patricia in quanto chef d’exploitation e Delphine, parrucchiera, solo per aiutare la famiglia.

Da questo punto di vista, Patricia potrebbe sembrare una “vittima” della sua eredità. Innanzitutto di un’eredità socio-culturale, cioè l’essere figlia di un padre pescatore di una madre “moglie di pescatore”, e nipote di zii pescatori e di zii che, anche loro, aiutavano i loro mariti. In secondo luogo, Patricia sarebbe stata vincolata dalla un'eredità materiale: il mas, appunto, lo stesso nel quale lavora oggi.
L’esperienza di vita di Patricia, però, non deve portarci a leggere in questo modo le biografie di tutte le altre che lavorano in un mas e sulle tables in quanto li hanno ereditati dai genitori.

All’ereditarietà, infatti, si può aggiungere la passione e quella che poteva sembrare una scelta obbligata o addirittura una non-scelta può rivelarsi infine un’esperienza positiva e una forma di successo individuale. Un'esperienza che può includere la possibilità di mettersi in gioco, di provare le proprie capacità personali, fra le quali, spesso, il proprio spirito imprenditoriale. Molte delle donne incontrate, infatti, sono giunte a un sentimento di realizzazione di sé che in altri ambiti difficilmente si sarebbe ottenuto.

A questo punto, tuttavia, si impone un’ulteriore riflessione, sulla misura in cui spirito imprenditoriale e passione possano essere considerati concetti auto-escludentisi o, piuttosto, su quanto possano andare di pari passo.

Si cercherà dunque ora di riflettere su questi termini, sempre a partire dalle parole delle “donne dei mas”.

Passione e spirito imprenditoriale. Scelta ed eredità. Dove sta il confine?
La zia di Edith, che lavora a Mèze in un banco di vendita di coquillage, mi aveva parlato della nipote come di una ragazza che aveva sempre amato lo stagno, il contatto con le ostriche, il loro odore, e che aveva quindi deciso di aiutare il padre lavorando con lui al loro mas di Marseillan.

Edith verso le sue tables à huitres

Parlando direttamente con lei, tuttavia, emerge un altro particolare, che sembra poter modificare l’intera storia: Edith, infatti, avrebbe voluto in realtà lavorare con i bambini e per questo si era iscritta a un “lycée sanitaire et scolaire”, un liceo socio-psico-pedagogico. Avendo però voti troppo bassi, ha dovuto cambiare strada: si è quindi iscritta al Lycée de la mer ed è diventata conchilycultrice, lo stesso lavoro del padre, del nonno e dei suoi avi. È da cinque generazioni, infatti, che la sua famiglia vive dell’ostricoltura.

Saremmo forse tentati di interpretare la biografia di Edith secondo la logica del fallimento delle aspettative iniziali e di una rivincita successiva. Questo è sicuramente vero, ma resta tuttavia una lettura problematica e forse poco utile. Edith stessa, infatti, parla del suo lavoro facendo utilizzo del termine e della categoria della passione: è un lavoro, mi dice, nel quale, lei come suo padre oggi e suo nonno in passato, mettono e hanno messo il cuore e l’anima.

un lavoro sull'acqua

Edith, che dice di amare il lavoro “sull’acqua” allo stesso modo della vendita e dell’accoglienza dei clienti, si è volontariamente e consapevolmente assunta sulle spalle il peso di una simile eredità. È convinta, infatti, che il nonno e il padre non abbiano lavorato tutta la loro vita “per gettare tutto nella spazzatura” o per vendere e lasciare il mas a qualcun altro, a qualcuno di esterno alla famiglia. In virtù di questa “anima famigliare” che permeava le tables e il mas, Edith si è dedicata a questa impresa.

E di una vera impresa si è trattato poiché, riuscendo a beneficiare della sovvenzione europea DJA (Donation jeunes agriculteurs) e vendendo il precedente mas, è riuscita a comprarne due adiacenti dove creare un unico spazio in cui poter svolgere il lavoro di produzione così come accogliere i clienti per la degustazione.

Degustazione di brasucade
barca e reti

A questo nuovo spazio, Edith ha deciso di dare il soprannome del nonno, Titin, che li ha lasciati dieci anni fa ma che così può “a modo suo, partecipare con noi all’avventura”.

Come quindi interpretare termini quali eredità, scelta e passione? Conviene considerarli come l’uno l’antitesi dell’altro, come alternative assolute? O forse meglio sarebbe accettarne la coesistenza? Soprattutto considerando quella che Edith percepisce come una chiara tendenza fra le figlie femmine di ostricoltori e mitilicoltori, quella, cioè, di rilevare e perpetuare il lavoro dei genitori, mentre gli uomini sarebbero più propensi a lanciarsi in nuove attività, slegandosi così dalla famiglia e uscendo dalla logica della gestione famigliare. Una tendenza che, se corrispondente al vero, porrebbe altri interrogativi riguardanti la migliore chiave di lettura del fenomeno.

Manon è un’altra giovane chef d’exploitation che, dopo aver abbandonato gli studi in legge e aver ereditato il mas di famiglia, vi ha attirato anche il marito, il quale si è “appassionato” – termine usato dalla stessa Manon – alla professione, nonostante il suo passato si collochi piuttosto nell’entroterra e la sua famiglia fosse legata al mondo dell’agricoltura.
Manon legge queste tendenze in termini di sensibilità e di coraggio: le figlie femmine sarebbero più sensibili, legate alla famiglia e desiderose di perpetuare quell’“anima famigliare” che pervade gli spazi nei quali padri e madri, nonni e nonne prima di loro hanno lavorato; i figli maschi, al contrario, sarebbero più propensi a ripartire da zero, rilevare attività altrui e dunque staccarsi dai vincoli e dalle eredità famigliari.

Ovviamente sensibilità e coraggio non si escludono necessariamente e spesso, anzi, convivono e si rinforzano vicendevolmente, insieme a quello spirito imprenditoriale che molte donne scoprono di avere.

karine durante la visita guidata

Un’ultima intervista nella quale è emersa la parola “passione”, in contesto e con un’interpretazione data al termine del tutto inaspettati rispetto a quanto ascoltato fino a quel momento, è stata quella con Karine. Le loro tables e il mas non sono frutto di un’eredità lasciata loro dai genitori, ma piuttosto dall’eredità di un anziano producteur che non aveva discendenza e che dunque ha lasciato le sue proprietà al marito di Karine. Dal suo punto di vista, questo sarebbe già un primo indizio che dimostra la valenza e la forza della loro “scelta” e della loro “passione”, in contrapposizione agli obblighi famigliari e “di discendenza”.

Karine non esclude certo che nella sua professione sia necessario essere dotati di uno spiccato spirito imprenditoriale, soprattutto in una donna, la quale si dovrebbe occupare di quelli che ha chiamato “métiers de femme” all’interno dell’azienda, fra i quali l’organizzazione delle visite, la degustazione e la contabilità.

Il livello di diversificazione che ha raggiunto la sua impresa, infatti, si deve esclusivamente a lei e al suo “esprit d’entrepreneur”. Come già accennato, tuttavia, Karine legge la loro biografia in termini di “passione”: “Sì, direi che io e mio marito ci collochiamo più sul lato ‘passione’. Ma basta vedere questo posto, è enorme. E noi lavoriamo tutti i giorni fino alle otto di sera. Non come molti altri che alle quattro già se ne vanno a casa”.

Karine

Un’ultima frase, poi, scagliata da Karine con forza e con l’intento di distinguere se stessa e la propria biografia dalla norma, emerge per la sua potenzialità di stravolgere completamente il senso dato dalle mie altre interlocutrici alla parola “passione” e di annullare il valore della “sensibilità” verso la famiglia quanto essa ha prodotto negli anni: “Ricorda che la maggior parte delle persone che lavorano nel settore lo fanno en dépit de”, “a dispetto di”, “nonostante”.

Nonostante avrebbero preferito prendere altre strade? A dispetto dei loro studi? Sono solo le biografie particolarissime di ciascuna donna a poter rispondere a queste domande e a determinare quale sia la locuzione più adatta e che meglio può trasmettere il percorso interiore che le ha guidate e le guida tuttora nella loro professione.

tavole in lontananza

Dall’esterno, infatti, è sicuramente difficile trovare il confine fra imprenditorialità e passione, fra scelta e obblighi e pressioni famigliari, ma resta interessante notare la variabilità di significato attribuita a questi termini dalle stesse donne chefs d’exploitation, coinjointes collaboratrices, femmes de cochyliculteur, femmes entrepreneurs, e dalle donne che si riconoscono in altre possibili categorizzazioni, che stanno altrettanto strette e sempre suscettibili di nascondere un aspetto per privilegiarne eccessivamente un altro.

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