Corpi femminili segnati dal lavoro. Le donne dell’Etang – I

Se è vero che il porto di Sète può essere considerato uno spazio maschile, svuotato di quella che un tempo la tradizionale e quotidiana – seppure limitata a certi orari precisi – presenza femminile, con le mogli dei pescatori che si occupavano della vendita “dalla barca al cliente”, direttamente sul molo, le rive dello stagno di Thau sono ancora frequentate e praticate dalle donne. Molti dei mas che si susseguono quasi ininterrottamente da Bouzigues fino a Marseillan, infatti, sono “a gestione famigliare” e in molti casi anche le donne della famiglia – mogli, madri, figlie, cugine, sorelle, nuore – vi lavorano, seppur con statuti professionali differenti e con una frequenza e un’intensità diversa.

La gestione famigliare dei mas

La gestione famigliare dei mas

Una visita guidata a un mas

Una visita guidata a un mas

Inoltre, come mi è stato detto, oggi nel mestiere della “conchyliculture” – l’abbinamento di mitilicoltura, allevamento di cozze, e ostricoltura, allevamento di ostriche – ci sono diversi mestieri, in virtù del processo di diversificazione che è stato intrapreso e che ha portato a un’ulteriore specializzazione e divisione delle mansioni all’interno del nucleo famigliare.

In una delle interviste realizzate, una simile divisione del lavoro all’interno del medesimo settore e, spesso, del medesimo spazio – lo stesso mas, appunto – mi è stata presentata proprio in termini di genere: “Io mi occupo dei ‘mestieri da donna’: l’accoglienza degli ospiti, le visite guidate, la contabilità e la ristorazione”.

Secondo questa lettura, dunque, oltre a tutte quelle fasi che si svolgono sulle tables d’exploitation, i “lavori da uomini” che hanno luogo all’interno del mas riguardano la preparazione delle corde che saranno poi calate in acqua – e quindi, essenzialmente, l’operazione di collaggio con il cemento delle piccole ostriche e cozze, a tre a tre – e, una volta recuperate le corde, le fasi di lavaggio (oggi meccanizzato), di détroquage (operazione svolta a mano con il détroqueur, un particolare coltello con il quale si staccano le ostriche e le cozze l’una dall’altra e dal collante utilizzato) e di pulitura (nettoyage) dalle alghe e da ogni altro elemento estraneo.

Il collaggio delle ostriche

Il collaggio delle ostriche

lavaggio delle ostriche

Il lavaggio delle ostriche

L'operazione di détrocage

L'operazione di détrocage

Una volta pulite, cozze e ostriche sono riversate in particolari sacchi di rete metallica, riempiti fino a metà, chiusi con bastoncini flessibili di colori diversi a seconda del calibro delle ostriche e delle cozze che contengono, e rimesse in acqua, in attesa della vendita (verranno ritirati dall’acqua circa 48 ore prima della vendita, perché passino un periodo di “purificazione”).

Si tratta di lavori molto fisici, che richiedono una certa forza muscolare e una certa resistenza. Anche l’operazione di collaggio, per quanto possa apparire meno pesante, a causa della ripetitività del gesto, della velocità richiesta e della conseguente “tensione muscolare”, può portare all’insorgere di dolori a livello delle spalle e della schiena.

I bastoncini colorati indicanti il calibro delle ostriche

I bastoncini colorati indicanti il calibro delle ostriche

un lavoro fisico

Un lavoro fisico

Nonostante ciò, all’interno di molti mas, spesso più piccoli e che sono giunti a un livello inferiore di diversificazione – o che sembrano non aver ancora intrapreso questo percorso, per mancanza di risorse o per scelta, – molte sono le donne che, détroqueur in mano, si occupano di queste attività usuranti ed estremamente faticose, che segnano i corpi, in maniera visibile o meno ma, spesso, in modo indelebile.

Nella pagina “Donne di mare, donne di Laguna”, verranno pubblicati i “ritratti”, di alcune delle lavoratrici incontrate, nei quali si cercherà di ripercorrerne la biografia e di comprendere il loro rapporto con il mestiere.
In questo spazio, propongo invece alcune prime riflessioni di carattere generale, a partire sempre dalle parole raccolte in occasione degli incontri e delle interviste, che ruotano attorno ad alcune parole e passaggi chiave che si sono presentati con ricorrenza o che si impongono per il loro significato, che spesso sembra richiedere un più attento scandaglio di tutte le sue possibili sfaccettature, o per la loro carica dirompente e oppositiva rispetto alle altre testimonianze.

In questo primo post ci si concentrerà sulla tematica, appena accennata, della fisicità, che è apparsa centrale nelle riflessioni delle stesse donne intervistate, riferendosi alla loro contemporaneità di lavoratrici, alle loro esperienze passate ma con uno sguardo rivolto anche verso gli anni a venire.

Patricia e Delphine al lavoro

Patricia e Delphine al lavoro

Mani e braccia "da uomo"
L’aspetto della fisicità del lavoro di conchyliculteur è stato sottolineato da tutte le donne – e gli uomini – incontrati finora, sia che venissero interrogate nello specifico su questo tema sia spontaneamente: gambe e ginocchia, collo, spalle, schiena, ma, soprattutto, braccia e mani. Come Karine, la pescivendola delle Halles di Sète, anche alcune di queste donne lavoratrici manuali nei mas dello stagno di Thau mi hanno mostrato le loro mani.

In uno dei mas visitati, un’azienda di piccole dimensioni a conduzione famigliare, ho incontrato Patricia e Delphine, sua cognata, e le ho intervistate mentre erano al lavoro, stivali ai piedi, grembiule di cerata indosso e guanti sulle mani. Di tanto in tanto avviavano il rullo che trasporta le ostriche passate per la fase di lavaggio e ora toccava a loro pulirle con il détroqueur.

Patricia e Deplhine non potrebbero essere più diverse l’una dall’altra: la prima è nata nel settore, fra le reti da pesca e le tables à huitres; Delphine, invece, “è del Nord” – intendendo, con questa espressione, semplicemente che è nata a nord dell’Etang de Thau, che non è “figlia dell’Etang” – è una “étrangère”, una “straniera naturalizzata”, potremmo dire, all’ambiente dello stagno.

Patricia

Patricia

Patricia è più riservata, non ama la vita di società, le feste, le serate; Delphine, invece, ama stare con la gente, ama chiacchierare, ama mostrarsi. Patricia non ha un account Facebook e dice che non le servirebbe; Delphine, invece, ce l’ha, anche se dice di usarlo solo per “controllare” il figlio e per coltivare e mostrare la sua passione per i gatti – ne ha sei –, e ha anche un account su Instagram.
Patricia a casa non ha abiti da sera, non è appassionata di scarpe, non si trucca e non va dalla parrucchiera; Delphine, invece, è appassionata di moda e ama farsi bella, truccarsi e acconciarsi - del resto, Deplhine è parrucchiera, ha aperto un suo salone e oggi lavora al mas solo occasionalmente.

La differenza fra le due donne, praticamente coetanee, entrambe belle, sorridenti e disponibili, si può intuire fin da subito, guardandone l’abbigliamento, innanzitutto, e la pettinatura: Delphine porta dei jeans molto corti e ha un’acconciatura e un colore di capelli perfetti, anche se il suo occhio da parrucchiera specialista la porta a essere più severa riguardo alla sua pettinatura, a suo dire tutt’altro che impeccabile.

Delphine

Delphine

Patricia rovescia le ostriche pulite nel sacco di rete metallica

Patricia rovescia le ostriche pulite nel sacco di rete metallica

L’esperienza e il livello di professionalità delle due si rivela anche nei gesti, nella loro disinvoltura e nella forza sprigionata nei movimenti che dovrebbero essere ormai meccanici e istintivi: Patricia è più forte di Delphine – e me lo fa notare, invitandomi a guardare le sue braccia e quelle della cognata – e in effetti dimostra meno fatica nel rovesciare i bidoni di ostriche nella sacca a rete che i loro mariti al più presto caleranno nuovamente in acqua.

Ma la differenza risulta ancora più evidente quando, quasi per gioco e per prendersi in giro vicendevolmente, si tolgono i guanti e mi mostrano le mani e, in particolare, le unghie: quelle di Delphine sono lunghe e curate, dipinte e decorate di smalto anche se, sottolinea lei, ormai sono rotte anche le sue.

Poco dopo arriva al mas la madre di Patricia, anche lei “moglie di pescatore”: è venuta a cercare una bombola del gas perché quella di casa è esaurita. La figlia invita la mamma ad avvicinarsi e a mostrarmi le mani: “Guarda – mi dice – guarda le mani di una moglie di pescatore”. I segni che questo mestiere lascia sul corpo, dunque, sono segni indelebili, che testimonieranno sempre lo statuto sociale e professionale di queste donne.

L’avere “mani da uomo” sembra quindi essere una caratteristica fisica che farà di loro “mogli di pescatori” anche una volta interrotta la loro attività: le loro mani sapranno infatti “parlare” e suggerire, a chi abbia un minimo di dimestichezza con l’ambiente dell’Etang e con i suoi métiers, che di mani di una “moglie di pescatore” si tratta, mani rovinate, dunque, callose, con le nocche ingrossate e le unghie corte.

Mani robuste e forti, come le braccia. La madre di Patricia trova la bombola piena di gas, la solleva e prima di andarsene, si volta per salutarci: “Vedi – dice rivolgendosi a me e indicando la pesante bombola che stringe fra le braccia – vedi, cosa può fare la moglie di un pescatore?”.

Siamo troppo deboli
In altri casi, soprattutto quando l’azienda ha raggiunto un certo grado di diversificazione, il fattore fisico risulta essere quello che più di tutti ha portato all’allontanamento della donna dal mas, o almeno dalla sezione produttiva, e alla scelta di dedicarsi a quelle che mi sono state definite “attività femminili”, come la degustazione e la ristorazione.

Cati, proprietaria del mas che porta il suo nome nella riscoperta e recuperata località Les Amoutous, ricorda il periodo in cui ha affiancato il suo compagno nella fase di produzione e di trattamento dei prodotti come un periodo difficile, soprattutto per una donna: l’attività non si può fermare, nemmeno in inverno quando fa freddo e non c’è riscaldamento; le ore passate in piedi portano dolori alle gambe; le mani si rovinano e si segnano nonostante i guanti; possono insorgere tendiniti e dolori alla schiena.

La località "Les Amoutous"

La località "Les Amoutous"

Spazio di ristorazione e degustazione

Spazio di ristorazione e degustazione

A un certo momento, mi dice, tutto questo è diventato troppo duro e troppo pesante e ha avuto così l’idea, e la forza di volontà, di creare da zero uno spazio dedicato esclusivamente alla degustazione dei prodotti che il compagno continuava ad allevare alle sue tables. La forza fisica e la resistenza acquisite durante il suo recente passato da lavoratrice al mas sono state capitalizzate e sfruttate in questo contesto.

“Qua non c’era più niente”, sottolinea più volte nel suo racconto: dopo la tempesta dell’’82, molte delle cabanes restavano ancora in pessimo stato e necessitavano di pesanti lavori di ristrutturazione.
Cati si era messa in testa di fare di una di queste cabanes il centro della sua attività, ricostruendola con le sue sole forze e restituendole il suo tipico aspetto tradizionale, ricoprendo la struttura in cemento grezzo con delle assi di legno: ha iniziato allora a farsi portare dal compagno pile e pile di bancali che lei schiodava ricavandone delle assi da fissare con puntali alle pareti esterne della sua cabane.

Mas in rovina dopo la tempesta dell'82

Mas in rovina dopo la tempesta dell'82

Mi descrive tutto con un lessico specialistico da muratore, chiamando ogni attrezzo con il suo nome ed elencandomi fase dopo fase come è arrivata al risultato finale, un risultato che ha lasciato senza parole anche i suoi “vicini di mas”. È stato un lavoro di due mesi, lungo, faticoso e “très physique”, molto fisico.

Il mas di Cati: arte e ristorazione

Il mas di Cati: arte e ristorazione

Ora, però, Cati ha chiuso con questo genere di cose, con la fatica dei lavori manuali. Anzi, dice anche che preferisce assumere lavoratori stagionali di sesso maschile, soprattutto durante l’estate, quando il lavoro è più intenso e molti sono i gruppi che prenotano per una tradizionale brasucade de moules, le cozze alla brace, la cui preparazione richiede un certo sforzo “fisico” – ancora una volta, ricorre il medesimo termine.

La pace de Les Amoutous

La pace de Les Amoutous

Questo “passaggio di status”, inoltre, le ha permesso di trovare del tempo per sé, per prendersi cura di sé, intellettualmente – andando all’Accademia di Belle Arti di Sète – e fisicamente – praticando sport come la corsa e il nordic walking.

Un’ultima esperienza in questo contesto significativa è quella della corresponsabile di uno dei mas più evoluti e diversificati. Nel corso di una visita guidata al mas, mostrandoci il lavoro di collaggio prima e di détroquage poi, è lei stessa a sottolineare con insistenza la fisicità di questo lavoro e lo fa ricorrendo a un linguaggio corporeo molto espressivo, esasperando i movimenti e facendoci visivamente cogliere quali sono le aree e i punti maggiormente esposti, in che modo vengono intaccati e con quali conseguenze pratiche.
Nel corso dell’intervista che ha seguito la visita guidata, inoltre, tornerà su questo argomento, spiegando che soprattutto questa stanchezza fisica l’ha portata alla decisione di occuparsi di quelli che lei stessa definisce “métiers de femme”.

“Noi donne siamo troppo deboli” dice e, ricorrendo sempre a un lessico estremamente tecnico e anatomico, spiega che, non avendo una muscolatura adeguata, le donne finiscono per sforzare su parti sbagliate del corpo, provocando danni alla struttura ossea e muscolare: “Io ho le mie due belle ernie”, che, dice, le impedirebbero ancora oggi, se ne avesse il tempo, di fare un “vero” sport.
Alla mia domanda su cosa le piacerebbe fare se avesse del tempo libero, infatti, mi risponde che vorrebbe leggere e fare dello sport “alla sua maniera”, secondo quello che il suo corpo di oggi, che porta i segni, esterni e, soprattutto, interni, del suo lavoro di ieri, le permetterebbe di fare: camminate, quindi, e un po’ di aquagym.

Quando le chiedo poi se nell’azienda lavorano altre donne, mi risponde di no e che è lei a non volerne. Ancora una volta ritorna il discorso fisico: una donna non può assicurare continuità a causa della sua struttura e della scarsa resistenza muscolare. Ma introduce anche un altro elemento e una chiave di lettura sociale: “Noi donne siamo fatte per procreare” e lei non ha intenzione di dover accordare né gestire congedi di maternità.

Pur non sempre discutendone espressamente, tutte le conversazioni lasciano adito ad alcune riflessioni su quale dovrebbe essere il ruolo delle donne in un ambiente come questo, quali le loro mansioni e quali i loro spazi o, per lo meno, quali ruoli, mansioni e spazi una certa parte delle donne in attività vorrebbero occupare.

Si tratta di un discorso che, come si è visto, si sviluppa prevalentemente lungo la linea della fisicità e che prende in prestito il linguaggio corporeo, mostrando i segni e gli effetti a lungo termine, se non indelebili, lasciati dal lavoro al mas. Si tratta di segni che talvolta sono sintomo di un lavoro che in alcuni casi si è assunto con rassegnazione e che quindi sono portati come stigma.

Parallelamente, si assiste anche a una sorta di mutuo riconoscimento della debolezza fisica del genere femminile, percepita come insormontabile e definitivamente limitante, che porta coloro che hanno lavorato nel settore ma che hanno raggiunto lo statuto di chef d’exploitation o che si sono diversificate in settori complementari alla produzione, a non assumere altre donne, la cui forza e resistenza alla fatica non vengono neppure messe alla prova.
Ma ci sono anche casi in cui questi stessi segni sono letti e mostrati con ironia se non con vero orgoglio. Il ragionamento, però, può essere portato anche su linee sociali, prendendo in considerazione l’ipotesi della maternità, problematizzando il discorso e facendovi intervenire questioni più prettamente sociali e persino politiche.

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